La morte di Mike Bongiorno mi ha fatto pensare ancora più profondamente del solito alla mia ossessione nei confronti delle cose che finiscono (totalmente insana, dio ne scampi).
Quante sono le cose che questa persona ha vissuto in una vita piena e lunga…: la grande depressione americana, la guerra e la Resistenza in Italia, la nascita della televisione nel nostro Paese…, e poi un altro intiero cinquantennio ricco di infinite esperienze.
Tutto questo… svanito, per sempre.
È davvero peggio quando muore un bambino rispetto a quando muore un vecchio? Siamo davvero così poco avvezzi ad andare al di là di ciò che la nostra biologia ci porta a pensare? È innaturale piangere più per un vecchio che per un bambino?
Ah, e non può non venire alla mente il celeberrimo monologo finale di Blade runner. È meglio la versione originale inglese o quella del doppiaggio italiano? A mio modesto parere vince, anche se di poco (sono contrario al doppiaggio, ma non quando è fatto ad arte), la seconda.
Molto sobrio l’allestimento della camera ardente, alla Triennale… Così scarno e semplice che il magone, il senso dell’inevitabile vuoto, non hanno fatto altro che essere aumentati…; la bara posata sul pavimento, uno schermo di dietro, con le immagini della vita del defunto, uno dei figli che presenziava accanto al feretro, in piedi di profilo, con lo sguardo quasi fisso rivolto alla parete opposta, fisso come i due “corazzieri” posizionati subito dopo l’ingresso; e, su tutto, il sottofondo musicale di Moonlight Serenade di Glenn Miller.
“L’innovativa visione teorica, che emerge chiara nel quadro d’insieme, distrugge la gabbia del genere; il serial killer più temibile è quello che non verrà mai catturato. A Fincher, che non può avvalersi del colpo di scena, resta da manovrare la tecnica ellittica; lo fa sontuosamente, saltando di frammento in frammento, suggerendo scenari che proseguono oltre la pellicola, concentrandosi sui personaggi per inciderne il dolore latente e poi abbandonarli verso altri problematici lidi. Molto resta sottinteso: l’instabilità sentimentale di Graysmith, già divorziato in apertura, l’inesorabile metamorfosi dell’ispettore Toschi (da testardo segugio a sbirro appassito, sospettato di inquinamento di prove), la rovina alcolica di Avery e la diffusa sconfitta professionale dei comprimari. Nella storia dell’assassino, non priva di un sospetto metafilmico (la perenne citazione è per The most dangerous game, da noi La pericolosa partita di Ernest Schoedsack, 1932), alla pari delle situazioni umane germogliano indizi irrisolti; la pista Rick Marshall, la fallibilità della perizia calligrafica, l’ipotesi del doppio colpevole (e altre ancora) sono le deviazioni che innescano l’esplosione dell’intreccio, ponendo domande, mettendo sempre in dubbio. Proprio l’impossibile ricostruzione e il vuoto della logica riaffermano, come conseguenza riflessa sui protagonisti, quelle stimmate incollate a Fincher da sempre: lo slittamento dei rapporti umani in ossessione, paranoia, follia.” - Gli Spietati - Il contrario del serial killer
“Nonostante lo sfarzo, l’imponenza e la raffinatezza da kolossal d’autore, Zodiac ha il coraggio o la temerarietà di debordare nella durata […], estenuarsi in un inestricabile labirinto di contrappunti ed episodi accessori ed esaurirsi in un finale che ricompone per lo spettatore un puzzle complicatissimo a cui mancano uno scatto emotivo e una ragione narrativa all’altezza delle spropositate ambizioni. Fincher, che ha firmato due capolavori come Seven e Fight Club, sconta forse il principio di volere rispettare sino in fondo le verità della cronaca, mai come in questo caso ingarbugliata e irrisolta […]. Anche la scansione drammaturgica risulta squilibrata: nella prima parte c’è spazio per la suspense tradizionale, culminante nel massacro a sangue freddo di due coppie di fidanzati; nella seconda, cadenzata dal passare degli anni […] Fincher vuole mostrare come il cronista Avery (Robert Downey Jr.) e gli sbirri Toschi (Mark Ruffalo) e Armstrong (Anthony Edwards) si autodistruggano nelle perizie grafologiche, nelle impasse procedurali e nelle infinite deduzioni che non portano a niente. Un thriller, però, non dovrebbe mai identificarsi, come se fosse un polveroso dossier, nella frustrazione degli inquirenti.” - MyMovies/Il Mattino - Puzzle d’autore per un thriller troppo ambizioso