La fine
La morte di Mike Bongiorno mi ha fatto pensare ancora più profondamente del solito alla mia ossessione nei confronti delle cose che finiscono (totalmente insana, dio ne scampi).
Quante sono le cose che questa persona ha vissuto in una vita piena e lunga…: la grande depressione americana, la guerra e la Resistenza in Italia, la nascita della televisione nel nostro Paese…, e poi un altro intiero cinquantennio ricco di infinite esperienze.
Tutto questo… svanito, per sempre.
È davvero peggio quando muore un bambino rispetto a quando muore un vecchio? Siamo davvero così poco avvezzi ad andare al di là di ciò che la nostra biologia ci porta a pensare? È innaturale piangere più per un vecchio che per un bambino?
Ah, e non può non venire alla mente il celeberrimo monologo finale di Blade runner.
È meglio la versione originale inglese o quella del doppiaggio italiano?
A mio modesto parere vince, anche se di poco (sono contrario al doppiaggio, ma non quando è fatto ad arte), la seconda.
Molto sobrio l’allestimento della camera ardente, alla Triennale… Così scarno e semplice che il magone, il senso dell’inevitabile vuoto, non hanno fatto altro che essere aumentati…; la bara posata sul pavimento, uno schermo di dietro, con le immagini della vita del defunto, uno dei figli che presenziava accanto al feretro, in piedi di profilo, con lo sguardo quasi fisso rivolto alla parete opposta, fisso come i due “corazzieri” posizionati subito dopo l’ingresso; e, su tutto, il sottofondo musicale di Moonlight Serenade di Glenn Miller.
…e tutti quei momenti andranno perduti nel tempo…
