via www.demos.it
Quella che segue e’ una nota conclusiva su New York, ora che il viaggio negli Stati Uniti e’ davvero al suo termine, volato via come un sogno.
Ho tremato di commozione a Ground Zero, e a Ellis Island, e ho tremato di meraviglia in cima all’Empire State Building, e di speranza di fronte al palazzo dell’ONU; ho ammirato l’arte moderna al MoMA, e mi sono cullato in Central Park; ed ora e’ il momento di far roteare ancora una volta le porte girevoli.
Non appena i luoghi e le immagini idealizzati si fanno reali, non appena si smitizzano, davanti ai tuoi occhi e sotto ai tuoi piedi, ti accorgi di provare affetto per la citta’; ti accorgi che quello che sussisteva nelle idee era molto piu’ grande della realta’, piu’ grande della vita, ma la sensazione che deriva da questa esperienza non fa altro che renderti la citta’ ancora piu’ familiare e vicina, poiche’ la delusione stranamente non rompe l’illusione; questa citta’ e’ tua, e’ di tutti; questi edifici di Brooklyn, queste antiche stazioni della metropolitana, questi grattacieli di Manhattan, questa miriade di taxi gialli, questi tombini, queste scale antincendio, questa gente cosi’ mescolata, la quinta strada, la strada del muro, la nera Harlem, le acque dell’oceano; si’, ci hai sempre vissuto a New York, e ci vivrai sempre.
GEOFFREY MILLER
Evolutionary Psychologist, University of New Mexico
I’m optimistic about death. For the first time in the history of life on Earth, it is possible—not easy, but possible—for conscious animals like us to have a good death. A good death is a great triumph, and something to be sought, accepted, and cherished. […]
What do I mean by a good death? I do not mean opiate-fuelled euthanasia, or heroic self-sacrifice during flash-bang tactical ops, or a grudgingly tolerated end to a millennium of grasping longevity. I do not mean a painless, clean, or even dignified death. I mean a death that shows a gutsy, scientifically informed existential courage in the face of personal extinction. I mean a death that shows the world that we secular humanists really mean it.
There is, of course, no way to escape the hardwired fears and reactions that motivate humans to avoid death. Suffocate me, and I’ll struggle. Shoot me, and I’ll scream. The brain stem and amygdala will always do their job of struggling to preserve one’s life at any cost.
The question is how one’s cortex faces death. Does it collapse in mortal terror like a deflated soufflé? Or does it face the end of individual consciousness with iron-clad confidence in the persistence of virtually identical consciousnesses in other human bodies? My optimism is that in this millennium, well-informed individuals will have a realistic prospect of sustaining this second perspective right through the end of life, despite death’s pain and panic.
When I die in 50 years, or next week, or whenever, here’s what I hope I remember:
These life-lessons are, to me, the distilled wisdom of evolutionary psychology.
Many people resist this knowledge. They listen only to the hair-trigger anxieties of the amygdala—which constantly whispers ‘fear death, fear death’. They construct pathetic ideologies of self-comfort to plug their ears against such mortal terror. They nuzzle through reality’s coarse pelt for a lost teat of supernatural succor. I call them the Gutless, because they aren’t bright enough or brave enough to understand their true place in the universe. A whole new branch of psychology called Terror Management Theory studies the Gutless and their death-denying delusions.
A great ideological war is raging between the Godless—people like me, who trust life—and the Gutless—the talking heads of the extreme, religious right, who fear death, and fear the Godless, and fear ongoing life in the future when they no longer exist. I’m also optimistic about the outcome of this war, because people respect guts and integrity. […] People want to believe that they are participating in something vastly greater and more wonderful than their solipsism. Science quenches that thirst far more effectively, in my experience, than any supernatural teat sought by the Gutless.
Alle 16 ora locale siamo atterrati a New York.
Le mie annotazioni sul viaggio si fermano a questo punto.
Le foto e le schermate delle tracce gps verranno sempre pubblicate sul mio account flickr, e rimarranno comunque gli aggiornamenti sul blog del mio compare.
Cerchero’ di godermi quest’ultima settimana di ferie.
Ultimo giorno della preponderante parte “naturalistica” del viaggio. E purtroppo la perla finale, l’Arches National Park (una zona che, di nuovo, non puo’ essere paragonata neanche alla lontana con nessun’altra presente sul nostro pianeta), salta: fa troppo caldo per andarci alle 10 di mattina, e siamo troppo stanchi per alzarci prestissimo (il momento piu’ opportuno per fare certe escursioni, con questo caldo, e’ dall’alba fino a meta’ mattina; oppure dalle 16 in poi), e all’ora di pranzo dobbiamo partire. Davvero un grande peccato. Il programma di viaggio avrebbe tratto grande vantaggio da 2-3 giorni in piu’, diciamo; ma purtroppo abbiamo gia’ tirato al massimo le ferie disponibili.
Archiviata, come dicevo, questa preponderante seconda parte di viaggio, arriviamo a Grand Junction per riconsegnare l’auto ad Alamo (alla fine abbiamo percorso piu’ di 2200 chilometri, con questa terza auto); non ci ridanno il deposito di 300 dollari perche’ dicono che non sono autorizzati, e chiedono di richiamarli lunedi’ mattina per trovare una soluzione (mah). Il bus per andare in downtown, una volta lasciata l’auto, funziona, ma gli orari non sono scritti da nessuna parte…, comunque alla fine arriva e andiamo a prendere il pullman Greyhound per Denver. C’e’ ovviamente gente un po’ piu’ di basso livello rispetto a quella che si trova su aerei e treni, ed e’ interessante starne a sentire chiacchere e discorsi. I bagagli da stiva vengono pesati, subendo un vero e proprio check in; gli addetti della compagnia in viaggio sono due (l’autista piu’ un altro); e, altra nota, si effettuano 2-3 fermate, lungo il viaggio di 5 ore, per sgranchirsi le gambe ed eventualmente comprare qualche snack o andare in bagno (che comunque e’ presente anche a bordo). Ah, tra le varie cose che e’ proibito fare sul pullman c’e’ il bestemmiare…
Arriviamo a Denver poco prima delle 23, e raggiungiamo a piedi l’albergo che avevamo scelto apposta perche’ vicino alla stazione degli autobus.
Curioso come da quasi tutti i tombini che incontriamo negli 800 metri di tragitto fuoriesca un intenso fumo; ma pare che in molte grandi citta’ americane si assista a questo fenomeno soprannaturale…
Che bello, tra meno di 3 ore dovro’ buttarmi giu’ dal letto, perche’ c’e’ da andare a prendere l’aereo per New York…, meta finale, e terza parte, di questo nostro viaggio.

Oggi e’ la giornata del Canyonlands National Park e dell’adiacente Dead Horse Point State Park.
Panorami mozzafiato.
Avrebbero meritato escursioni molto piu’ lunghe, ma il caldo impera, e quindi ci siamo limitati a tre o quattro escursioni piuttosto brevi (la piu’ lunga di un miglio).
Pranzo in citta’ (bistecca di “sirloin”, che dovrebbe essere il nostro “controfiletto”, con patatine fritte e “cowboy beans”… e questi ultimi faranno effetto per tutta la giornata…); e cena acquistata di nuovo al supermercato per usufruire del microonde di cui disponiamo nella nostra stanza al motel.



Giornata di riposo, come anticipato. Lasciamo Mexican Hat (vicino alla Monument Valley) poco prima delle 12 e arriviamo a Moab per le 14; facciamo quindi il check in al costosetto motel della catena Super8.
Moab e’ un altro di quei centri, come Page, che ha la fortuna di trovarsi in mezzo a molteplici meraviglie naturali: i parchi Arches e Canyonlands, prima di tutto.
Ha anche una sufficiente scelta di locali per mangiare, e negozi di souvenir piu’ interessanti della media. Io compro un libriccino che illustra tutte le escursioni piu’ semplici e piu’ brevi, ma anche piu’ belle, da fare nei due parchi suddetti, per chi ha poco tempo (noi dedicheremo una giornata a Canyonlands e mezza giornata ad Arches).
[e anche questa e’ fatta]

Alle 11.30, come da programma, saliamo sul fuoristrada (guidato da una donna indiana) e con una cavalcata di qualche minuto su terreno desertico arriviamo all’Antelope Canyon.
Li’ intrapendiamo questa sorta di photo tour, sotto la guida della stessa autista, all’interno di questa meraviglia di “canyon” dall’aspetto vaginale, suddivisi in gruppi (con grande pullulare di turisti europei, in buona parte abbastanza indisciplinati).
Anche l’Antelope Canyon ci ha dato grande soddisfazione, devo dire, e le foto meritano.
Dopodiche’ ci facciamo 300 chilometri e arriviamo alla Monument Valley, lasciando quindi l’Arizona, a malincuore, ma entrando in un altro grandioso stato, naturalisticamente parlando, cioe’ lo Utah. Alla Monument Valley parte subito un’escursione per arrivare proprio sotto la roccia piu’ famosa, “the Mitten”; sembrava piuttosto vicina, invece alla fine ci siamo dovuti accollare diversi chilometri nella sabbia (questa caratteristica e stupenda rena rossa). Pero’, almeno personalmente, ne ho tratto una soddisfazione totale (altro che i turisti che scattavano le foto dal punto panoramico a chilometri di distanza, vicino al parcheggio delle auto…); ah, nelle foto sembro un pazzo, anzi: lo sono.
Domani giornata di quasi riposo, a parte la guida fino a Moab; non ci posso credere: ho messo una giornata di riposo nel programma! me ne ero quasi dimenticato.
[e anche questa e’ fatta]



Mi alzo come da programma alle 4.45, e alle 5.00 esco, pero’ in solitaria.
Mi accorgo subito che se volevo assistere al momento magico del passaggio dalla notte al giorno mi sono mosso con un ora di ritardo, visto che praticamente il cielo e’ gia’ tutto chiaro.
Comunque mi godo alla grande quest’ultimo contatto ravvicinato col Grand Canyon, percorrendo a piedi una dozzina di chilometri in tre ore (niente bus navetta, se non alla fine per tornare all’albergo). C’e’ pochissima gente; per lunghi tratti sono da solo col canyon.
E che grandiosa giornata si sara’ dimostrata alla fine, ragazzi! Perche’ nel pomeriggio arriviamo a Page, e partono due mini escursioni: a Horseshoe Bend, magnifico scenario che da’ una soddisfazione piena e immediata (forse piu’ di tutto quello che abbiamo visto finora), e al lago artificiale Powell nel parco del Glen Canyon, in un paesaggio lunare molto suggestivo.
Page, citta’ non piccola a cui non manca niente (e con un gigantesco Walmart alle porte), ha la fortuna di trovarsi a due passi da diverse meraviglie della natura. La terza delle meraviglie che sperimenteremo e’ l’Antelope Canyon, con tour organizzato, nella mattinata di domani.
Intanto chiudiamo la serata in un brutto motel, dove ancora una volta non disponiamo di internet.
[e anche questa e’ fatta]



Facciamo tutti i “view point” della parte ovest. Ci sono dei comodissimi bus navetta che passano ogni 10/15 minuti e si fermano in ciascuno dei view point (nella parte ovest ce ne saranno una decina a uno o due chilometri di distanza l’uno dall’altro).
Nel pomeriggio avremmo dovuto spararci l’escursione sul sentiero Bright Angel rimandata dal giorno precedente, ma la stanchezza ha prevalso e ce ne siamo stati nella nostra stanza. Non scenderemo quindi. D’altra parte, per scendere davvero, magari fino al fiume, sarebbero occorsi 2-3 pernottamenti all’interno del canyon, visto che parliamo di percorsi di oltre 20 chilometri e con temperature estreme (ti fanno una testa cosi’ con la raccomandazione “hike smart”, e fanno bene, citando gli esempi della gente che e’ crepata per il caldo e la fatica a causa di una non buona programmazione dei tempi e degli sforzi), e quindi ci sarebbe voluto molto piu’ tempo da dedicargli.
Ci muoviamo troppo tardi per andare a fotografare il tramonto al view point “desert view” nell’estrema parte est, e quindi perdiamo il momento topico (li’ si va in macchina, e i limiti di velocita’ sono troppo bassi, sulle 40 miglia orarie). Come degna conclusione della nostra visita, comunque, ci alzeremo tra poco, alle 4.45, per andare a immortalare l’alba; i bus navetta, infatti, partono fin da un’ora prima dell’alba.
[e anche questa e’ fatta]


Tappa mattutina a Meteor Crater, un enorme cratere meteoritico disperso nel deserto, ma a cui non manca ne’ un museo ne’ una sala di proiezione ne’ un fast food, e altre amenita’; e in effetti l’accesso costa 15 dollari a testa; li merita, comunque. Viene offerto anche un tour gratuito opzionale di un’ora con un ranger lungo il bordo del cratere, ma noi abbiamo fretta di raggiungere il Grand Canyon, come da programma, e quindi ci limitiamo ad un giro di mezz’ora nell’area transennata, e poi nel museo.
Raggiungiamo il Grand Canyon solo alle 16.30, perche’ incontriamo qualche difficolta’ con le strade: qui sembrano sempre far economia di cartelli direzionali (oltre che di lampioni, come dicevamo in altra occasione) e oltretutto il nostro navigatore gps non e’ in grado di aiutarci (sembra che la zona del Grand Canyon non gli piaccia…, avremmo proprio dovuto comprare un navigatore standard, invece che affidarci ad una app iphone, che’ gia’ lo uso anche per farci il caffe’ l’iphone).
Niente wifi nelle stanze dell’albergo, ma solo nella reception; di conseguenza, i nostri fan dovranno sopportare un blackout di almeno un paio di giorni. Le stanze sono delle casette, suddivise in diversi isolati, disposti ordinatamente in mezzo al bosco.
Nel tardo pomeriggio avremmo dovuto percorrere un pezzo del sentiero Bright Angel, il piu’ facile e classico tra quelli che portano giu’ nel canyon, ma alla fine abbiamo optato per una lunga camminata lungo il “rim” (bordo), verso est, fermandoci a tutti i “view point”; siamo tornati indietro col buio, servendoci di una indispensabile piccola torcia.
Questa meraviglia della natura non puo’ deludere; anche se il limitarsi a spostarsi lungo il bordo, da un “view point” all’altro, puo’ risultare un po’ sterile.
Chiudiamo la giornata andando a mangiare a Tusayan, un po’ di miglia fuori dal villaggio, essendo anche alla disperata ricerca di un benzinaio, che alla fine troviamo per il rotto della cuffia.
Sulla strada per il villaggio, in mezzo al bosco e nel buio piu’ totale che ci possa essere, sotto le stelle, non di rado si ha il piacere di incontrare dei gruppi di cerbiatti.
[e anche questa e’ fatta]


